2021-02-10

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2021-02-10 12:59 pm
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Dono alla terra

 

Erano secoli fa che il mare frangeva gli scogli spinosi e ritorti in una cittadina lontana. Le case si arrampicavano lungo i faraglioni, che emergevano dall'acqua simili ai denti spezzati di un gigante. Le rive erano squassate dal riverbero dell'acqua, in un rombo sonoro che inghiottiva le grida dei marinai e lo stridio dei gabbiani.
Il mondo, visto da quell'isola dispersa in un oceano immenso, sembrava enorme, sconfinato, abbastanza da inghiottire una piccola figura accovacciata nella coltre di tenebre, avvinghiata alle acque nere, nere come il nulla, come il buio dietro agli occhi, fredde come un mare di solitudine.
Nessuno avrebbe udito il suo segreto, sussurrato contro un velo d'acqua, sospirato come un bacio a quel gigante che lambiva il mondo.
Nessuno avrebbe pensato che quel terribile orco, quella madre crudele, quello specchio insondabile e pieno di misteri avrebbe accolto ogni parola, bevuto del suo dolore. Che l'oceano avrebbe ascoltato, nessuno poteva crederlo.
L'oceano aveva bevuto le sue lacrime, e ora parlava ai suoi occhi.
Le parlò del fondo del mare, che era lontano e gelido, terrificante e solitario, splendido come un castello, scintillante come una gemma segreta.
Le prese la mente, poi il cuore e poi le gambe, le prese tutto, fino alle lacrime, fino al suo male.
La portò con sé nel suo ventre possente, la chiamò sua figlia e sua moglie, il suo Amore.

 

***

Era buio quando Dono aprì gli occhi. Il vento dall’odore salmastro soffiava forte dal mare, fin dentro la sua piccola casa di pietra. Contava il tempo sussurrando parole antiche, lo chiamava verso l’alba più lunga.

Il cielo era come pece, la luna simile a un occhio rotondo e limpido che tingeva ogni angolo d’argento.

Dono si alzò in un fruscìo, e spese qualche istante a guardare il mare. Era stranamente calmo, quella notte, una pericolosa macchia nera che si estendeva nell’orizzonte, e lo faceva sentire osservato, giudicato.

Tu sei mio, sembrava dire, con quella sua voce dura, ricca di contrasti, sei mio perché ti ho creato, mio.

Un passo per volta, misurato, si mosse oltre la porta. Fuori dal piccolo faro di pietra che chiamava casa erano accatastati i suoi doni. Frutta, pesce essiccato, denso sciroppo di zucchero raccolto in barattoli di vetro grezzo, una tunica di lino ricamato finemente con motivi sottilissimi, come le onde tinte d’argento tinte dalla luna. Come capelli.

Si sfilò senza fretta i vestiti e la indossò. Era leggerissima, quasi impalpabile, degna delle centinaia di ore di lavoro impiegate a tesserla in quei lunghi mesi invernali. L’avrebbe accompagnato nelle danze sfrenate in quell’alba che premeva contro l’orizzonte, a malapena trattenuta dalla magia della notte.

Dedicò un ultimo sguardo alla sua casa, immobile e pacifica, rassicurante. La terra sotto i suoi piedi era sempre tiepida come un corpo, gentile come un bacio.

Tu sei mio, mormoravano le foglie degli alberi, il frusciare degli steli d’erba, sei mio perché mi sei stato donato, mio.

Prese la grande torcia deposta con cura sopra alla pila di doni e si prese un momento per osservare, un grande scrigno scintillante appena socchiuso, prima di accenderla e rompere l’oscurità con il suo fuoco crepitante. Poi si lasciò la sua casa alle spalle e iniziò il suo lento cammino verso la spiaggia.

 

Sulla lunga distesa di sabbia scura, incastrata tra le alte rocce, era già radunata una piccola folla. Mormoravano tra di loro, agitati, eccitati, i piedi ben distanti dalle onde che si aggrovigliavano inquiete, arrancavano sulla riva. La terra sembrava fremere piano, produceva una nota sorda, una musica e un lamento, un richiamo e un addio che forse solo Dono poteva sentire.

Si prese un momento per scrutare, mentre era ancora lontano, il gruppo eterogeneo di donne e uomini, anziani e giovanissimi, assiepati attorno alla pira ancora spenta, preparata con attenzione, in attesa.

Quando lo videro arrivare l’eccitazione si fece palpabile, i loro occhi lo scrutavano famelici, impauriti, reverenti. Osservavano la creatura senza tempo e senz’anima, il guardiano distante che scandiva il loro tempo tra i mondi.

Nessuno emetteva un fiato, il silenzio carico d’attesa lo accompagnò fino alla pira. Ora non soffiava un alito di vento. Il mare era immobile, le onde sembravano ritrarsi, la terra stessa tratteneva il respiro.

“Benvenuti nell’ultima notte d’inverno” annunciò, con la sua voce calma, un po’ roca, le prime parole pronunciate in molti mesi che gli raschiavano la gola. Poi, senza attendere oltre, lanciò la torcia nella pila di legno in attesa, che sembrò accoglierla con un grido, divorarla con un sussulto.

Il fuoco divampò immediatamente, come se non potesse più aspettare. Le fiamme ruggirono nella notte, e iniziarono la loro danza. Il vento iniziò ad agitarsi, spazzando la sabbia in un turbine agitato, la luce della luna sembrava incresparsi, le onde si innalzarono sul mare, torcendosi e assumendo forme impossibili, feroci.

Mentre la folla gridava e sospirava, dall’acqua iniziarono ad emergere delle figure. Non erano uomini né donne, Cavalcavano correnti violente e imbizzarrite come cavalieri splendenti, la loro pelle riluceva come l’acqua, capelli scuri sferzavano i loro volti splendidi e inumani.

Come in un sogno quegli esseri arrivarono sul pelo dell’acqua, le loro gambe incerte, come se non sapessero come usarle.

Tutti loro erano il silenzio, non sembravano neanche respirare, e guardavano Dono con occhi spalancati, scuri come le profondità del mare.

Dono si avvicinò all’acqua, un suono martellante come di tamburi che riempiva il suo petto, un rombo lontano che lo spingeva verso il suo compito.

Allungò le mani verso i nuovi venuti, accogliendoli sulla terra.

“Benvenuti nella prima alba d’estate” annunciò. Sentiva i suoi occhi bruciare e la sua pelle incresparsi, un sentimento selvaggio ed estatico che prendeva possesso del suo corpo, i suoi muscoli tesi e frementi, in attesa.

Alle sue parole, con un sussulto, il mare lasciò andare i suoi figli. Le creature fecero risuonare grida di gioia, e con i loro piedi malfermi cominciarono a correre sul lido battuto dalle onde. A quel segnale, anche le persone accanto al fuoco iniziarono ad esultare, e corsero ad abbracciare i nuovi venuti. Il battere dei loro piedi sulla terra creava una musica, un ritmo tribale che squassava l’animo di Dono.
La danza era iniziata.

Il suo corpo iniziò a muoversi, sentendo ciò che nessun altro poteva sentire. Il mare, il vento, la terra, il fuoco, le onde che si infrangevano sugli scogli, le foglie che tremavano sugli alberi, la sabbia che si torceva sotto i suoi piedi.

Era nulla, era una creatura nata per quella danza, per celebrare quella lunga notte.

Attorno a lui sentiva voci, bambini che vociavano, pianti e risate, grida e sussurri innamorati. Sentiva la sua pelle incresparsi e mutare al suono delle onde, dita che lo toccavano, labbra che baciavano le sue mani, ma non vedeva. I suoi occhi erano nelle profondità marine, nelle lucenti caverne sotterranee, il suo cuore era leggero come la spuma delle onde, il suo animo bruciava come lava.

Quella lunga notte era scandita dalla sua danza frenetica, dal battere dei suoi piedi sulla riva. Finché non si fosse fermato le madri avrebbero abbracciato i figli, salutato i compagni, fratelli e sorelle si sarebbero trovati. E il suo corpo si increspava e mutava, era tutti loro e nessuno di loro, un essere, una creatura, un dono, un guardiano, un sacerdote, uno spirito.

L’alba sarebbe stata la fine, e quindi avrebbe danzato finché la luna fosse riuscita a tenere insieme lo scrigno del buio, finché il sole non si fosse forzato in quella realtà sospesa, finché il fuoco fosse bruciato.

 

***

 

Riposava sulla terra scaldata dal sole, la sabbia gli faceva da coperta. Sentiva le onde carezzargli dolcemente i piedi, quel primo giorno d’estate. I suoi occhi non si erano ancora chiusi.

“Molti sono venuti per la loro ultima notte d’inverno” disse una voce poco lontana. Aveva il suono di un’onda gentile, il rombo di un temporale.

“Molti se ne sono andati per la loro ultima estate” rispose, senza guardare il suo interlocutore. Una risata leggera fece eco alle sue parole. Non era una risata calda, aveva un sapore salato come acqua di mare.

“Hai già traghettato le nuove anime nel regno delle profondità” constatò, scegliendo con cura il suono delle sue parole. Quella creatura era capricciosa e stravagante, lontana dalle miserie e i sentimenti umani. Forse persino più di lui.

“È il mio unico compito. Davvero noioso. Non tutti siamo così fortunati da poter ballare fino a non poter star dritti”

Quelle parole erano decisamente più vicine. Dono si mise faticosamente a sedere, puntellando i gomiti sulla sabbia.

Sdraiata tra le onde della riva, col corpo che luceva come una perla nella luce del mattino, c’era una creatura degli abissi. Guardarla negli occhi era come cercare lo sguardo di una corrente, aveva un sorriso enigmatico che sembrava dipinto su un volto senza tempo.

“Non dovresti essere qui, Amore”

“Non dovresti chiamarmi così” rispose lei, sorniona, protendendosi verso di lui “o lo farai arrabbiare. Non con quella tua voce tenera e dolce, piena di promesse…”

“Nessuna promessa” Dono era stanco, senza forze, risponderle stava diventando difficile “Tu sei figlia e signora del Mare, e uso il nome che lui ti ha dato”

“Lui ha scelto anche il tuo nome” la voce di Amore adesso era testa, bramosa, e i suoi occhi enormi lo guardavano fisso “ti ha creato dal nulla, tu prima eri nulla, eri parte di lui, non dimenticare.”

Il vento aveva preso a soffiare. Dono sentiva le nuvole addensarsi sopra di loro, e il mare ricominciava ad agitarsi, chiamando la sua sposa, cercando la sua sirena.

“Mi ha chiamato Dono per donarmi alla Terra. Ora sono suo.” Le disse, con voce ferma, misurata, mentre le onde si alzavano dietro di lei.

“Tu sei mio!” gridò Amore, con una voce vibrante e melodiosa, carica di desiderio “Nato per il mio capriccio, il mio compagno lontano, il mio fratello perduto. Mio!”

I cavalloni si alzavano, urlando, chiamando la loro signora, tirando le briglie che la trascinavano indietro. Lei non si oppose, lasciandosi scivolare nell’acqua, i suoi occhi fissi su di lui, enormi, predatori.

Dono la guardò sparire tra le onde, sapendo che diceva la verità.  

Alcune persone si erano avvicinate alla spiaggia, esitanti. Aspettarono che il mare si fosse calmato, prima di muoversi svelte verso Dono, trascinando dietro di loro una piccola barca di legno molto usurata.

“Non possiamo attendere ancora” disse una donna dall’aria stanca quasi quanto la sua. Dono la guardò negli occhi, riconoscendo la bella creatura emersa per prima dalle onde, la notte prima.

“Certo che no” rispose, tirandosi a piedi a fatica. Uno degli altri lo aiutò a sostenersi, e lo supportò mentre si stendeva nella piccola imbarcazione.

Lo trascinarono velocemente lungo la spiaggia, lanciando occhiate sgomente al mare agitato.

“Non preoccupatevi di lui” sussurrò Dono, fiaccamente, facendoli sussultare “portatemi dalla mia signora”

In pochi minuti arrivarono davanti alla grande pira del giorno prima, davanti alla quale ora era stata scavata una buca profonda, il fondo cosparso di uno spesso strato di cenere ormai fredda. Aiutarono Dono a scendere dalla barca, poi, con molta attenzione, lo fecero scendere dentro la buca.

Sul fondo, in mezzo alla cenere, poteva sentire la terra pulsare, come il battito di un cuore, come un richiamo disperato.

“Sono qui” sussurrò, carezzandola piano “tuo figlio, il tuo compenso, il tuo dono”

Sentì il primo cumulo di sabbia e terra piovergli sulle spalle. I suoi respiri si fecero più veloci, sentiva il cuore stretto da una morsa, ma chiudendo gli occhi sentiva le dita gentili della terra che lo stringevano piano, con delicatezza, con amore. Tra poco ne sarebbe stato ricoperto, e un nuovo ciclo sarebbe iniziato. Una nuova estate fiorita, nuovi figli della terra nati e vissuti protetti dal suo calore.

Mentre la terra lo ricopriva, chiuse gli occhi. Il mare rombava e schiumava, terribile e violento, sempre più lontano.

Tu sei mio.

 E sapeva che era vero.

 

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2021-02-10 11:31 pm
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Il Conte indemoniato

 
 
"René, è Mariano. Non so che è successo ma ha detto che vuole proprio te".
Oh no. Mariano no. La faccia di Arianna era la solita maschera di pietra mentre portava la tragica notizia.
"Cazzo!" esclamò René, i baffi vibranti, gli occhialetti annebbiati dal sudore di quel terribile lunedì di lavorazione. Duccio era dato per disperso da due ore, Lopez gli stava col fiato sul collo peggio di un branco di levrieri dietro al culo di una volpe, Biascica non faceva che domandargli se poteva andare gentilmente a casa, ché il pupo aveva la colite. 
"Ti prego Arianna pensaci tu, è una giornata allucinante, dai che a te ti ascolta, eh? Fammi questo piacere"
"Non guarda René, non se ne parla, l'ultima volta mi ha attaccato un pippone di dieci ore sull'arcangelo Gabriele e ho dovuto lasciargli in ostaggio lo schiavo, e poi lo sai che casino ha tirato su col sindacato" dura, categorica come un blocco di granito, neanche lo guardava in faccia per paura di farsi convincere. Non c'era scampo. 
 
*** 
"René, io il Conte non lo faccio più"
Eccoci. Sguardo a palla da maniaco sessuale in crisi psicotica inoltrata, rigidità degli arti da paresi, Mariano Giusti in tutta la sua gloria. René ancora si svegliava di notte tutto sudato ripensando alle urla, le fiamme, gli assicuratori. 
Un giorno o l'altro avrebbe piazzato una bomba carta nel culo di Sergio.
"Ma come non lo fai più, Mariano... il Conte è un personaggio bellissimo, cardinale, un protagonista tra i protagonisti! Come facciamo senza di te? Dai su"
Mariano scosse la testa, un sorrisino estatico sul volto che faceva presagire molto dolore.
"No René, no, tu sei un uomo intelligente e anche molto saggio. No, devi farmi parlare. Sei molto saggio. Hai una saggezza negli occhi che mi rammenta della luce del Signore. Tu ami Gesù, René?"
Oddio, eccolo che partiva. René fu lestissimo nel comporre un'espressione di sconcertata approvazione.
"Ma sì, sììì, certo! Se amo... come si fa a non amarlo. Ma Mariano, tu mi devi aiutare, dobbiamo iniziare a girare, qui se no va tutto in vacca, se non posso contare su di te, andiamo!"
"Ho realizzato una cosa, René. Tu sai che sono andato in pellegrinaggio al ponte di Ariccia, il mese scorso" René si trattenne a malapena dallo scoppiare a piangere. Invece fece un respiro profondo e si sforzò di tirare fuori un bel sorriso. Somigliava a uno spasmo muscolare, ma tanto Mariano neanche lo vedeva, preso com'era dalle sue reminiscenze mistiche.
"No, non lo sapevo."
"Male, sono anche finito sul Giornale, dovresti tenerti più informato. Mentre ero ad Ariccia, nudo, sì, René, nudo, nudo per accogliere la grazia divina così come il Signore mi ha messo al mondo, perché quando sei nudo lui ti vede per quello che sei, tutto lo schifo, capisci, tutta la merda, la schifezza, l'obbrobrio, l'orrore" aveva iniziato a scandire le parole battendo ripetutamente con una grossa mazza da baseball il già ampiamente martoriato tavolino di fronte a lui.
René sobbalzò penosamente a ogni colpo, ma si trattenne dal commentare. Quelli erano cazzi di Sergio, anzi, se li meritava pure, lo stronzo.
Quando Mariano si fu sfogato per bene del tavolino erano rimasti due cerini pietosi e un po' di sputo.
"Che stavo dicendo?" domandò, evidentemente perso.
"Dicevamo che è ora di cominciare a girare, Mariano. Guarda che è una scena bellissima, eh! Commovente..."
"No René, allora vedi che mi devi fare arrabbiare. Io il Conte non lo faccio. Il Conte è il Demonio, René."
Ci mise un paio di secondi a scendere a patti col fatto che quella era la sua realtà, il suo lavoro, il suo lunedì mattina. Fece un sospiro simile a un singhiozzo,
"Dai su, ora non esageriamo, ha fatto cose bruttarelle, ma in realtà è un bravo ragazzo, un compagnone, un buono..."
Mariano scuoteva la testa guardando il cielo. René meditò di dargli fuoco.
"No René, sei così cieco. Non è colpa tua, non conosci Gesù come lo conosco io, non parlate abbastanza. Ma lui me l'ha detto, ad Ariccia. Mi ha detto 'Mariano, il Conte è il Demonio, il Diavolo, il Male assoluto e tu non devi cedere al male, figlio mio.' E io non cedo. Non cedo."
Non cedeva. Il cervello di René lavorava furiosamente in cerca di una via d'uscita. Quel lunedì sarebbe andato a puttane.
Proprio in quel momento qualcuno bussò alla porta del camerino, e la faccia di Alessandro sbucò dalla porta, timorosa ed esitante.
"Ehm, salve... scusate il disturbo. René, Duccio ha finito di pensare, dice che siamo pronti quando vuoi."
E te pareva. 
"Ottimo! Alessio, proprio te cercavo, vieni qui, entra. Non avere paura, su, dai, oooh, ecco. Allora, Mariano, qui come vedi siamo preparatissimi, ci teniamo ai tuoi problemi e alle tue rimostranze. Tu sei... sei la luce, il nostro emissario, ci teniamo al fatto che ci mostri la retta via. Alessio qui è venuto apposta a comunicarci le nuove linee narrative di Occhi del Cuore. Giusto?"
Gli occhi di Alessandro esprimevano solo panico. Ma, ormai rodato, annuì con cautela.
"Ssì, come no. Quali linee narrative?"
"Fa il simpatico, lui! Via, il problema del Conte indemoniato che gli sceneggiatori ci hanno risolto ieri."
Andare con la corrente doveva essere diventata una seconda natura per Alessandro, che non distoglieva gli occhi dalla mazza da baseball ancora tra le mani di mariano.
"Ah. Sì, come no... dici l'esorcismo"
René voleva piangere. Ora gli toccava girate il cazzo di esorcismo. Mariano invece appariva improvvisamente interessato.
"E dove viene fatto questo esorcismo?" domandò lentamente, vibrando appena la mazza nell'aria come un bastone da majorette. Alessandro deglutì lentamente, un velo di sudore sulla fronte.
"Beh a... nella... nella cappella di Villa Orchidea?" domandò, già accartocciato nelle spalle per difendersi dalla mazzata.
Dopo qualche momento di lungo silenzio, Mariano sorrise. Era terrificante.
"Bravi. Bello, bellissimo. René, questa è una cosa bellissima. Io lo sapevo che tu mi capivi, che eri come me, René. Fatti dare un bacio."
René scattò in piedi come una molla e si gettò verso la porta.
"Splendido! Allora vado a preparare il set per la scena, eh. Mi raccomando, Mariano, che ti voglio bello carico. Dai dai dai!"
E volò fuori, bestemmiando sottovoce qualunque santo gli venisse prima in mente, e che era certo gli avessero mandato Mariano.
Alessandro fece per seguirlo velocissimo, quando si trovò davanti una mazza di legno.
"Dove vai?" disse Mariano, la voce dolcissima "dobbiamo pregare".
"Ah... sì, certo" rispose lui, lanciando uno sguardo disperato alla porta che si chiudeva lentamente "per cosa preghiamo?"
"Stai dritto e parla forte, che se no Gesù non ti sente" rispose Mariano, già genuflesso "preghiamo per l'anima del Conte".
 
*** 
Dal camerino di Mariano provenivano delle strane grida, ma nessuno aveva la minima intenzione di avvicinarsi. René, già dentro, faceva sbrigativi preparativi per trasformare una sala d'aspetto in una cappella.
"Oi, quindi tutto a posto con Mariano?" domandò Arianna, arrivando trafelata.
"Ma che cazzo ne so" rispose René, stizzito "Tu intanto procurati un crocifisso. E un'acquasantiera. Fai due. E vai a cercare Duccio, che se no quello se ne torna a pensare"
Era un lunedì disgraziato, e lui si faceva in quattro per girare quella serie di merda. Ma, se un Dio veramente esisteva e lo stava guardando, quella era la volta buona che Mariano finiva affogato. E tanti cari saluti al Conte indemoniato.